Novembre, dicembre e gennaio, sono stati tre mesi di dolore cupo, di oscurità, di solitudine voluta e cercata.
Scivoli in un pozzo e non riesci a risalire, giornate passate a fare quello che devi fare, cioè, mangiare e dormire e basta, il cellulare spento.
Non volevo parlare, non volevo ascoltare, non volevo ridere.
Non l’ho voluta chiamare depressione altrimenti gli davo un’identità ed entrava di diritto nella mia vita e forse non ne usciva più.
Erano più di quindici anni che non mi trovavo in una situazione così pesante.
Pomeriggi interi chiusa nella mia stanza a fare….niente.
Anche scrivere , il blog, per carità era un macigno.
Generalmente ci si vergogna di parlare dei propri crolli, mi vergogno anche io.
Il mondo ci vuole forti e gagliardi, vincenti e lottatori.
Se cadiamo, perché cadiamo diventiamo un problema.
Anche per gli amici più cari ero un problema, parlare con me era pesante, non sono arrabbiata con loro, capisco, non sapevano come tirarmi fuori dal pozzo oscuro, soprattutto anche loro avevano necessità di stare sereni e io ero in pieno tormento e li tormentavo.
Hanno avuto paura di guardare l’abisso, tutti, ma il mio affetto e’ rimasto inalterato.
Solo un’amica che forse leggerà o forse no, non ha importanza, perché lo sa e ne abbiamo parlato, ha camminato a fianco a me senza temere niente, tranquilla, senza sentire il peso, senza farsi assorbire dal mio stato d’animo, continuando la sua vita , ma senza smettere di starmi affianco.
Se la ringrazio, normalmente mi manda al diavolo.
Ne sono fuori?
Non ancora!
Colpa dell’inverno?
No!!
Io amo l’inverno!
Un mix di problemi di salute, di problemini di vita e chissà forse di chimica.
Oggi mi aspetta una giornata di aggiornamento con gli attivisti dell’associazione di cui faccio parte, da più di dieci anni.
Si occupa di diritti umani e civili, non è un partito politico, non è ovviamente Casa Pound 🤭, ma è attiva nelle piazze come negli incontri pubblici e richiede un discreto impegno, impegno che da novembre non c’è stato da parte mia.
Non faccio il nome perché questo è uno spazio mio e non voglio confondere i due piani.
Qui scrivo come Paola e voglio essere libera da qualsiasi casacca, seppur condivisibile.
Nei giorni precedenti avevo già messo il naso fuori dalla tana, piano piano, come una talpa, quasi la luce mi aveva dato fastidio.
Oggi ritrovarmi con gli amici attivisti, riverderli, confrontarci, dibattere, ma anche mangiare nella pausa un tramezzino, mentre qualcuno fuma una sigaretta, insomma tornare a casa, in qualche modo, stranamente mi preoccupa.
La talpa si deve abituare, nella speranza che non rientri nel buco , anche perché fuori c’è molto da fare, anche se non cambierò il mondo, dal buco di certo potrò solo vederlo finire.
Buona domenica.
Passo e chiudo .
8 febbraio 2026. 🐈⬛gattapazza


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