| Interrompo la pausa solo per oggi, c’e’ un perchè, ma sono ancora nella nebbia fitta! |
Quella mattina, come dal 5 gennaio, giorno in cui da un’ambulanza erano scesi operatori bardati come astronauti in un film di fantascienza, di sera, in una città morta, dove in agguato si aggirava lui il virus, operatori che ti erano venuti a prendere a casa, perche’ avevi la febbre altissima, nonostante io avessi aspettato, perchè in ospdale dove la gente moriva in continuazione non volevo mandarti.
Era già venuta una squadra e il Covid non lo avevi, ma 39.5 per una donna di 89 anni era troppo e stavi male.
Io e mio marito travisati con quelle cazzo di pascherine FPPP…devo aver rimosso il nome, loro gli operatori stralunati, e tu, che mi hai stretto la mano spaventata.
Ti ho detto, “mamma stai tranquilla passo domani in ospedale, vengo a vedere come stai”.
Sapevo, che non l’avrei vista, contavo su qualche infermiera pietosa , che mi avrebbe dato notizie.
Tutte le mattine, insieme ad altri parenti mascherati, dopo aver percorso strade semi vuote, eravamo in fila davanti a un container dove un medico mascherato anche lui, dava notizie dei pazienti.
La mattina andavo al lavoro, non potevo fare altro, alle 15.00 potevo chiamare il reparto, ma con te non potevo parlare.
Una mattina mentre ero davanti al pc una collega mi ha chiamato agitata, “hanno telefonato dall’ospedale tua madre deve essere operata d’urgenza”!, Paola, corri!!!
Chiesto permesso, messo in tasca il cazzo di giustificativo per girare e sono uscita piangendo credo di essere arrivata senza vedere la strada.
Sono entrata direttamente nell’androne e le guardie giurate mi hanno bloccato, l’accesso all’ospedale era interdetto, ho chiesto di parlare col chirurgo, mi hanno spiegato che dentro c’era il reparto di terapia intensiva Covid e che non potevo entrare, quasi in ginocchio ho chiesto di poter parlare col chirurgo.
E in quel momento un lampo di umanità, il chirurgo è sceso mascherina e una strana bandana colorata in testa e ha detto alle guardie giurate “ragazzi e che cazzo, fate salire la signora, la madre sta per entrare in sala operatoria, non sappiamo se ne uscirà, che gli dia un’ultima carezza”.
Lo avrei abbracciato, l’ho seguito, con la raccomadazione di non toccare nulla, ringhiere ,porte, ho aspettato e poi l’ho vista gia sedata, dormiva come una bambina e l’ho abbracciata e ho pianto e piango anche adesso, un minuto con lei ancora calda, una perforazione duodenale, poche speranze a quell’età ma il chirurgo voleva provarci.
Ho sceso le scale passando davanti alle due terapie intensive ,Covid e non Covid, tutto surreale e silenzioso.
Da quel giorno mia madre dopo l’intervento è stata sempre in terapia intensiva con qualche tentativo di risveglio fatto dall’equipe, potevo chiamare tutti i girorni alle 17.00, devo dire che erano sempre gentili e davano informazioni.
Tutti i giorni ripetevo le mie azioni aspettando di poter fare quella telefonata.
La mattina del 14 gennaio mi sono svegliata come sempre, caffè, freddo, poi il lavoro e poi alle 15.00 a casa, ma alle 16 circa una telefonata dall’ ospedale.
Mentre rispondevo, già sapevo, la voce dall’altra parte, la dottoressa gentile ha chiamato per nome mia madre, un gesto che aveva un sapore di familiarità e di tenerezza, “Mimma, ci ha lasciato!”.
Mimma…mia madre, non c’era più, nemmeno attaccata a quel ventilatore, la mia madre folle, persa, ritrovata, amata, che nella sua fragilità è stata la mia bambina non c’era più.
La morte taglia i rami senza pietà, senza chiedere permesso, senza chiedere scusa.
Oggi non potrò fare altro che andare da lei, al cimitero, a parlarle, sono pazza e me lo posso permettere e chiederle aiuto, che riesca magari attraverso un soffio di vento a farmi capire come si esce da questo tunnel fatto di vuoto nel quale mi trovo, sono in un lockdown personale, chiusa, niente attivismo, non mi capisco nemmeno con gli amici storici, niente blog, niente musica, voglio solo dormire, non sentire, non parlare, anche se so che debtro c’e una rabbia terribile che diventa devastante, potrei rompere rapporti importanti, allora per tenerla a bada devo chiudere tutte le porte e isolarmi.
Non la chiamo depressione, perchè se gli do un nome poi “diventa” quel nome.
A presto o a quando non lo so.
Ma oggi queste parole per mia madre almeno questo sforzo, glielo dovevo.
Ciao mamma.
14 gennaio 2021 🐈gattapazza


Scrivi una risposta a massimobotturi Cancella risposta